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Intervento della Dott.sa Carmagnani PDF Stampa E-mail
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mercoledì 28 luglio 2010

Intervento della Dott.sa Carmagnani

NOTE BIOGRAFICHE

La Dott.ssa Rossana Carmagnani è docente di storia e filosofia e psicosi cola nata a Milano nel 1945, dove ha compiuto gli studi. Responsabile dell’Ufficio Psicopedagogico educativo Ignaziano di Palermo, di cui ha promosso la realizzazione, membro della commissione del delegato dei collegi delle compagnia di Gesù e dell’equipe del centro di formazione delle attività educative dei Gesuiti in Italia, ha svolto per circa vent’anni la sua attività di docente, nel corso della quale si è dedicata a studi di metafisica, neoteologia, antropologia, etica e filosofia politica, pubblicando saggi sul pensiero di NIetzche, Maritainori  e Sturzo. Impegnatasi contestualmente in sperimentazioni di psicodidattica e didattica avanzata, si è progressivamente dedicata alla formazione permanente dapprima nel campo della scuola sia di stato sia libera ( seminari e laboratori per docenti e genitori, incontri di educazione all’affettività e all’orientamento per alunni della scuola secondaria di 2° grado) e successivamente in contesti professionali diversificati non solo in Italia (Torino, Genova, Milano, Modena, Roma, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Regalbuto, Nicosia, Ceturipe, Leonforte), ma anche in Brasile (Tereseina do Piauì), in Polonia (Cracovia), in Albania (Scutari). Attualmente la sua attività è interamente incentrata sulla formazione permanente e sulla formazione di psicologo. Tra le sue pubblicazioni, relative a questo campo di attività, annovera in collaborazione con M. Danieli La coppia amore e progettualità, attualmente in corso di nuova pubblicazione aggiornata e riveduta sotto il titolo Itinerari di coppia per il terzo millennio, Radici e ali, Leaders nel servizio, e con autori vari, Divento donna e Un paradigma pedagogico - didattico per la scuola che cambia, sfida educativa per il terzo millennio. Collabora da sette anni con la rivista Nuova e Nostra, edita a Milano, curando la pagina dello psicologo con articoli su temi di attualità.

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INTERVENTO

Accolta tra noi la Dott.ssa è invitata ad analizzare la condizione giovanile e la dimensione della loro fede.
Tutto inizia con un richiamo alla sua età, spiegando il perché non tende più a lavorare con i giovani proprio per la reciproca differenza d’età, anche se continua ad incontrare giovani, sia laici che in discernimento vocazionale, sia religiosi che presbiteri, che incontra da psicolaga in un contesto che le consente di mantenere vivo il contatto con mondo giovanile ma dove le interferenze col contesto storico-culturale sono attenuate, rielaborate attraverso il vissuto di esperienza e sofferenza che in genere porta una persona da un psicologo o comunque da un impegno di vita già assunto in modo impegnativo che porta un giovane in discernimento vocazionale da un psicologo, tenendo conto che l’età in cui avviene questo possibile discernimento oggigiorno lo si ha intorno ai 30 anni d’età.
Per stabilire un contatto di conoscenza in rapporto alla sua persona e con le cose che successivamente avrebbe detto, la Dott.ssa fa delle considerazioni visto che il tema da trattare era quello della condizione giovanile oggi e dimensione della fede in rapporto a tale condizione: in rapporto ai giovani di oggi, percorrendo un orizzonte ragionevolmente ampio, si tiene in considerazione di quelli nati sul finire degli anni ’70 e prima degli’80 e che quindi si attestano intorno ai 30 anni fino ad arrivare al decennio successivo ovvero gli anni’90, intorno ai 20 anni; la fascia successiva rappresentano gli albori dell’adolescenza.
Dal terzo millennio la psicosociologia ha dichiarato che l’uscita dall’adolescenza e l’entrata nell’età adulta in senso pieno avviene nell’orbita dei 33 anni, da non confondere con l’accresciuta precocità dell’esperienza sessuale e la maturazione affettivo - esistenziale, che sono due ordini di percorso della crescita della persona che si intrecciano ma che sono distinte nelle loro connotazioni.
La Dott.ssa, la cui formazione avviene nel contesto di una Chiesa nella quale ha conosciuto 6 papi ed ha vissuto un Concilio Vaticano, si ritrova ad interagire con realtà giovanili che hanno conosciuto 1 papa e mezzo, quali Giovanni Paolo II ed attualmente Benedetto XVI, il che fa si che vi sia un divario storico notevole.
Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, la Dott.ssa raccontava, di essersi ritrovata, durante un’esperienza di attività tutoriale nella realtà di una scuola secondaria di 1° grado, in una questione su quale fosse l’epoca storica di Gesù di Nazareth e che un ragazzino, poiché era l’epoca di Jurassic Park, disse che poteva collocarsi all’età del giurassico, ma quella che poteva essere una battuta è invece l’espressione di un vissuto. Continua dicendo che nella sua giovinezza la differenza generazionale si calcolava in 5 lustri, quindi una differenza generazionale ogni 25 anni, per cui tra una persona di 15 anni e una persona di 40 anni l’orizzonte dei valori era ancora lo stesso e la conflittualità era sui modi in cui si viveva la vita ed i modi di approccio differenti.
Tutto ciò dura fino agli anni ’80, tra l’80 e l’85 si crea una contrazione di distanza generazionale passando dai 25 ai 15 anni e quindi lo scarto risultava essere più rapido, per cui tra un 15enne ed un 30enne vi erano delle differenze, quello che il 30enne aveva vissuto in prima persona per il 15enne era già non passato remoto ma trapassato prossimo.
Tra gli anno ’80 e gli anni ’90 si è determinata un’ulteriore contrazione su una decade, con modificazioni generazionali notevoli, dalla decade si è passato ad un lustro, ovvero ogni 5 anni vi erano delle modifiche e ad oggi si è negli ordini di modificazioni generazionali che corrono nell’arco di 24-36 mesi, per cui quando i cosiddetti o quasi adulti mettono a punto delle strategie di relazione col mondo giovanile arrivano già in ritardo; ciò non risulta essere né un bene né un male poiché nella storia non esistono età dell’oro, bronzo e ferro, ogni età dell’umanità ha la sua parte di oro, bronzo e ferro, bisogna quindi cercare l’oro, gestire il bronzo e contenere il ferro, sapendo però che sono compresenti.
Non vi è da rimpiangere nulla, non vi è una Chiesa ideale, una storia ideale, un’umanità ideale, c’è un presente nel quale si leggono i segni dei tempi, sul quale produrre un discernimento in rapporto al quale individuare dei percorsi, indicati dallo Spirito Santo, nel quale fare l’annuncio di un Cristo morto e risorto, possibilmente nel linguaggio giovanile del tempo.
Come filo conduttore delle considerazioni fatte, la Dott.ssa ci da 5 parole che appartengono ad un linguaggio tipico di procedere ignaziano mutuate dal modo di procedere gli esercizi spirituali:
CONTESTO – ESPERIENZA – RIFLESSIONE – AZIONE – VALUTAZIONE
Queste 5 parole sono nate da una commissione intercontinentale formata da gesuiti e laici esperti nel campo dell’educazione che tra gli anni ’80 e ’90 hanno rivisitato la grande tradizione educativa della ratio studorium per attualizzarla a quelli che erano i tempi presenti e per altro nel faticoso cammino di attuazione del Concilio Vaticano II, che ancora non è attuato poiché le grandi svolte storiche impiegano dai 30 ai 50 anni per essere interiorizzate e diventare ragionevolmente spirito incarnato nella storia degli uomini.
Le tre parole radicate negli esercizi spirituali, che sono ESPERIENZA – AZIONE – RIFLESSIONE, rientrano in quello che è il percorso stesso degli esercizi, caratterizzati dal fatto che l’esercitante è accompagnato dal direttore spirituale ad attingere al suo vissuto e alla sua storia, ponendosi delle domande, quali “che cosa sento?”, “che cosa provo?” e “che cosa cerco?”, ad elaborare il vissuto in una riflessione maturata alla luce della Parola di Dio per poi approdare ad una decisione e alla strada da seguire.
Le altre due parole, CONTESTO – VALUTAZIONE, si configurano come segue: la prima fu voluta dai latino - americani i quali affermavano che non era possibile produrre un’azione educativa senza partire del contesto dell’interlocutore; la seconda, seguendo il modo di procedere ignaziano, prevede un momento in cui ci si interroga relativamente al punto da cui si è partiti e al punto in cui si e’ arrivati, con la coscienza, arrivati a quel punto, di quali consapevolezze si sono maturate ed in quale direzione ulteriore ci si sente di andare.
Basandosi su queste 5 parole, la Dott.ssa inizia a parlare dei giovani e la fede oggi.
Il contesto per i giovani d’oggi risulta essere, in relazione alla Chiesa, della conoscenza di 1 papa e mezzo ignorando quello che è il Concilio, tutto quello che si sa della Chiesa è filtrato mediaticamente attraverso una persona quale Giovanni Paolo II e metabolizzando attraverso Benedetto XVI; quest’ultimo è stato, ai tempi del Concilio Vaticano II, uno dei fondatori della rivista Concilium quindi uno dei teologi di punta di una rivista all’avanguardia della Chiesa conciliare, che divenne Vescovo e successivamente Prefetto per la Congregazione delle Dottrina e della Fede, quindi un uomo che è passato attraverso ruoli così diversi che hanno modificato profondamente il suo pronunciamento.
Negli anni ’60 Joseph Ratzinger aveva scritto che il problema della verginità di Maria in ante - partum, in - partum e post - partum non era una questione di fondo così interessante perché ciò che salva non è la verginità di Maria fisica ma è la verginità di Maria davanti al Signore, il si di Maria, quella Maria integra ed intoccata dalla mondanità, che si abbandona totalmente e la salvezza vera è quella che viene dal Cristo morto e risorto; uno che dopo diventa Vescovo queste cose non le va più a scrivere né le dice più e quando diviene Prefetto per la Congregazione della Dottrina e della Fede i parametri si modificano ulteriormente perché si entra in quell’aspetto della Chiesa istituzionale che garantisce i circuiti della cristianità e vive la cristianità come garanzia del cristianesimo, perché la cristianità si coniuga con tutte le sollecitazioni del mondo e quindi anche con il potere e, come si vede nella storia, lo esercita fin dall’Editto di Costantino.
Si parla del Papa come il Pontefice Romano e tale espressione è proprio del culto religioso romano e non delle comunità delle origini e ciò diviene significativo quando le basiliche, ovvero i luoghi di culto dell’Imperatore, diventano luogo di culto della cristianità senza preparazione catecumenale al battesimo ma per immissione massiva dei sudditi dell’Impero nella Chiesa di Roma.
Sulla commistione di Chiesa e cristianità si è continuato a camminare e quindi quando il Concilio Vaticano II ha parlato di “secolarizzazione” e “scristianizzazione” parlava di un mondo, quello degli anni ’60 – ’70, dove la cristianità era abbastanza sconquassata e dove il cristianesimo aveva bisogno di rigermogliare: e allora si era parlato di nuova evangelizzazione che ancora in 50 anni sta facendo un faticoso cammino di identificazione dei modi, dei linguaggi e dei luoghi d’incontro.
Oggi giorno per incontrare i giovani e stabilire con loro un dialogo evangelizzatore si deve andare nelle discoteche, nei pub, nelle piazze di città o paesi, tra le bottiglie di birra, gli spinelli, i cocktail a base di vodka, ecc.
Ma ci si chiede “cosa bisogna dire loro?” perché la sfida nel contesto di oggi è che questi giovani sono globalizzati, parlano e vestono tutti allo stesso modo, sono educati dai mas media, un certo uso di internet e dalla televisione spropositato, i modelli antropologici sono di basso spessore, con figure ancora di un certo valore che per alcuni arrivano ad essere Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II in virtù di una carica mediatica molto forte che la Chiesa ha investito perché ciò avvenisse, il Papa boy, ma è tutto molto fragile, la consapevolezza motivazionale del perché, scavando nelle vite dei giovani, si vede come la loro vita è scollata da tante delle cose che Giovanni Paolo II aveva detto, ad esempio in materia sessuale, dove vi è una confusione terribile, una precocità di esperienza clamorosa, caricata anche da un certo modo di essere genitori all’interno della stessa cristianità.
La Dott.ssa stessa, nella sua professione di psicologo, si è confrontata con genitori molto per bene e molto cristiani che hanno favorito l’aborto delle proprie figlie, dichiarando di assumersene la responsabilità del gesto fatto e non quella di allevarne in figlio.
Queste sono le famiglie cristiane di oggi che adottano gli escamotage comportamentali del mondo, la vita umana vale talmente poco che l’aborto è una soluzione e si pone sullo stesso piano aborto e divorzio, non rendendosi conto che sono su due piani molto diversi perché nell’aborto si esercita un potere distruttivo sulla vita umana mentre nel divorzio si prende atto forse di una scelta sbagliata, sono due ordini di valori estremamente sbagliata dove non c’ è confronto e laddove non c’è nessuna formazione nei giovani a riguardo.
Quando col passare degli anni l’aborto diventa un boomerang che si abbatte sulla testa delle persone, si guarda un bambino e si immagina il proprio o ci si sposa, la donna resta incinta, partorisce, guarda il bambino che teoricamente è il primo figlio e si è consapevoli che non lo è realmente il primo.
Forse il linguaggio da adottare con i giovani è un linguaggio dove si fa chiarezza sull’esperienza, sul vissuto, sul valore della vita umana che ne ha sempre meno, perché, ad esempio, il mondo è in tempo di guerra e molte volte militari italiani cadono in Afganistan in missione di pace ma quando in una qualunque Chiesa nel mondo si vada il parroco prega per i caduti di quella settimana anche se non della propria nazione e ciò fa si che si scopra come tante famiglie piangono per i propri cari e che nel mondo vi è la guerra.
I giovani devono ritrovare negli adulti, da cui sono generazionalmente lontani, una memoria di senso, far si che l’adulto possa aiutare il giovane a porsi delle domande, “che cosa provo?” e “perché lo provo?”, e confrontando ciò che si prova con la propria dignità e senso della propria vita vedere cosa si capisce.
Il confronto lo si ha con le cose che i giovani guardano e seguono, con gli idoli in televisione, con programmi che prevedono una loro futura realizzazione, programmi che a volte vengono seguiti anche assieme ai genitori: a questo punto ci si chiede se i genitori spingano i figli ad entrare in quel mondo oppure se aiutano a leggerne criticamente quello che avviene, orientando la loro vita oltre, orientandoli verso un atteggiamento di sfida, di fatica, di rischio, di scommessa, accompagnandoli in quelle che sono le contraddizioni giovanili ma educandoli ad assumersi le proprie responsabilità, non indicandogli pseudo traiettorie facili.
I giovani di oggi hanno la possibilità di vedere la differenza tra fede e religione, se si pensa il cristianesimo non come una religione ma come una fede: infatti è il rapporto con una persona, è il frutto di un incontro che diventa così determinante da trasformarsi nella persona in un rapporto che da senso al proprio nascere e morire perché nella vita si hanno due certezze, una è quella di essere nati e l’altra è quella che moriremo, tutto il resto è probabile, possibile, desiderato ma non certo.
La Dott.ssa condivide con noi una sua personale esperienza dove lei, che ha sempre pensato che ad andarsene sarebbe stata lei prima di sua figlia, c’e’ stato un periodo in cui ella stessa ha temuto che sua figlia se ne andasse prima di lei e ciò ha sconvolto i parametri della sua esistenza, svegliandosi la notte e guardandola pallida e malata era come se temesse qualcosa che non avrebbe mai immaginato di vivere o poter vivere, fino ad allora era possibile solo il contrario di ciò.
È bene confrontarsi con queste cose, col nascere e morire e non disincarnarsi dall’esistenza poiché se no si vive in un’illusione mediatica dove tutti o sono giovani e belli oppure vecchi e ristrutturati chirurgicamente. Il mondo mediatico non è un mondo reale ma paragonabile ad un circo che i cesari allestivano per poter risucchiare ai sudditi più tasse; o ancora come diceva negli anni ’30 il comico Petrolini “lo Stato tassa i poveri perché hanno pochi soldi ma sono in molti”.
I giovani di oggi hanno bisogno di confrontarsi con un Vangelo che entri in questa realtà dove non vi è un moralismo religioso, c’è bisogno di un confronto forte con una persona che aiuti a vedere che si è peccatori e non dica cosa si deve fare e non fare ma che faccia entrare l’altro in un modo di vedere la realtà e se stesso diverso.
Gesù nel Vangelo, a chi si riconosce peccatore, non dice mai che a partire da quel momento non devi fare questo e quest’altro ma dice che la sua fede lo ha salvato, di andare e non peccare più. Non peccare più significa vivere il compimento della legge, amare il proprio prossimo perché è persona come chi è portato a non peccare più, che risulta essere l’opposto di tutti i reality che ritroviamo in tv, dove la logica è scannarsi come belve inferocite, dirsi cose bruttissime e offendersi e dove gli adulti mortificano i giovani inoculando una logica competitivistica assurda, dove i giovani aggrediscono gli adulti e dove il vincitore è uno che vien fuori a seguito di consensi mediatici, si è all’interno di un mondo preconfezionato.
I giovani di oggi possono incontrare la fede se prima  incontrano una autenticità  umana, perché è impensabile oggi come oggi parlare prima di Gesù e poi dell’uomo, è bene prima parlare di un uomo umano e poi far incontrare Gesù come la pienezza dell’umanità. Se non si aiuta il giovane ad incontrarsi, su che base si può proporre Gesù, dato che i linguaggi di una parabola da quello di un comune sms sono diversi?
Bisogna quindi prima destrutturare e poi costruire qualcosa, ma per destrutturare, come già aveva capito Sofocle e la pedagogia della Bibbia, bisogna aiutare la persona a farsi delle domande e superare la barriera di alcune risposte, quali “boh”, “non lo so”, “forse”, “vediamo…”, “se lo fanno gli altri lo faccio anche io”. Per poter aiutare i giovani a farsi delle domande, un giovane adulto o meno giovane deve aver imparato a farsi delle domande, ad es. guardando la tv ci si interroga su ciò che vedo, su come lo si vede, sull’impatto che si ha, sull’effetto che può produrre agli altri, che cosa si può trarre da una trasmissione televisiva per fare una catechesi.
Nella formazione di leader è bene partire da esempi di leadership della vita mediatica e convertire la loro rotta se deviata, scrivere percorsi di formazione con una lettura contraria di ciò che la televisione trasmette.
Nel 1975 a Porto Alegre in Brasile venne fatta una potente inchiesta sul mondo giovanile da cui risulto che il 75 % dell’educazione era ormai in mano ai mezzi di comunicazione di massa e che il restante 25 % era diviso tra famiglia, Chiesa e scuola; oggi ormai sono mediatizzati genitori e figli ed è un tempo in cui vale fortemente quella parola di Gesù dove diceva “verrò a mettere la spada tra padre e figlio, suocera e nuora”, perché vi è a volte una scristianizzazione così profonda nei genitori che porta i figli a non avere radici, non hanno quei trasmettitori che i genitori dovrebbero essere, alla perdita dei matrimoni sacramentali. Negli anni ’60 i teologi morali dicevano che il 50 % dei matrimoni sacramentali era non validi perché non celebrati nella piena consapevolezza del battesimo.
In questa realtà, che si incontra ovunque, è bene che coloro che si occupano di formazione alla fede e di leadership nel servizio, tengano presente delle cose fondamentali: la vita giovanile di oggi non ha forti modelli di riferimento valoriale, le grandi figure sono scomparse e si sconoscono quelle passate, né politiche, né intellettuali, né umanitarie; si è in un’epoca dove i poteri mondiali sono in crisi, vedi gli Stati Uniti con disastro sanitario, finanziario, ambientale ed un susseguirsi di catastrofi naturali, con l’Europa legata agli Stati Uniti per mezzo del Patto Atlantico, l’Islam che avanza, facendo divenire gli uomini stessi come belve di un circo e drammi dell’umanità che diventano spettacolo ed estrosità mediatica, quali l’omosessualità, transessualità.
Sono drammi che la Dott.ssa stessa si trova a conoscere quando un omosessuale va da lei domandandogli perché Dio l’ha fatto così, sentirsi dire dai genitori, magari cristiani praticanti, che lo preferirebbero morto: ecco la cristianità cos’è e non ha niente a che fare col cristianesimo, che invece di negarlo e abbandonarlo lo accoglierebbe ed accompagnabbe.
Essere leader nel servizio significa avere la coscienza del valore della vita umana e sapere che sull’umanità il giudizio è di misericordia, che il mondo non diviso in buoni e cattivi ma che Dio fa piangere sul giusto e sull’ingiusto, che siamo noi stessi.
Non vi sono ricette belle e pronte da mettere in atto ma bisogna entrare in quello che è il digitale e sovvertirlo, così come Gesù entrò dentro i filasteri dei farisei e li ha strappati.
Come criterio di riferimento per agire da fondatori è rivedere Gesù quando parlava con scribi e farisei e il grande scriba e grande fariseo di oggi è lo strumento mediatico, la falsa coscienza del nostro tempo che carica i piccoli di pesanti fardelli e li scandalizza, persone privi di criteri interpretativi trasmettono loro dei frammenti di una realtà.
“La mente cerca, il cuore trova”
A conclusione augura che i pensieri da lei espressi liberamente siano un contributo nella ricerca delle strade dell’evangelizzazione dei giovani di oggi, che possiamo noi stessi non in modo astratto e preconfezionato trovare le strade e forme di incontro diretto e personale, come Gesù amava fare, incontro col singolo e con la folla, ricordando che l’incontro con la folla senza l’incontro con la persona non basta e nel mondo di oggi la persona ha necessità di essere incontrata. È vero che la messa è molte e gli operai solo pochi però bene o male si va sempre avanti da ben 2000 anni.
È importante entrare nel cuore del proprio presente e leggerlo per quello che è, con uno sguardo critico sulla realtà che deve essere di 360° perché ovunque le questioni di fondo sono fondamentalmente le stesse, le diversificazioni sono di tipo etnico - culturale ma le logiche sono globalizzate.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 29 luglio 2010 )
 
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